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    Erranza

    [... Solo un flusso di coscienza ed immagini, anche se ormai banale dopo Joyce...]

    Augusto vecchio e stanco alla fine del suo principato mentre assiste al disastro delle legioni sul Reno... Un appunto inaspettato tra le pagine del quaderno di storia romana, un tassello di colore inusuale, la sensazione più forte che mi è rimasta alla fine di questo esame, alla fine di questa giornata lunga e piena di amici di muri di università di tensioni e stanchezza. Il ritorno nebbioso (forse non lo era ma mi piace immaginarlo così) con la ri-scoperta dell'armonia incredibile di Coltrane, ancora una tessera ineffabile, ineffabile, quella parola che ho sentito stamane venendo in treno da tre ragazze che biascicavano definizioni sterili su un esame in cui c'entrava Wittgenstein. "Ineffabile, una parola che probabilmente non userò più", diceva la flava col piercing al mento. E invece è ciò che più dovremmo conoscere, l'ineffabile, quanto spesso non aspettiamo che le parole discendano in noi e si facciano respirare!, respirare mentre diventano materia, polmoni, sangue e sperma ("tutto ciò che esce dai confini di sangue e sperma non mi interessa", Carmelo diceva), e fanno sussultare e illuminano, com'era per gli elleni, per i loro templi allucinanti di tinte innaturali, superne, per lacerare la vista e la mente, per entrare in ciò che non è più noi. Cercavo ancora Countdown di Coltrane, ho trovato Brahms, e può dire tutto questo. La voglia di superarsi, di leggere per riscrivere, di costruire per decostruire, come il Petrarca à la Gould del buon Marzio Pieri. Di adagiarsi fetali nel grembo dei classici per rinascere e guardare questo mondo da stravolti, come l'indemoniato in quello straordinario dipinto di Raffaello, il divino Raffaello. Trasfigurazione. Dal Rinascimento al Manierismo. La grandezza del Bach pianistico che si sostanzia in quelle ancora ineffabili chiuse col passaggio sensibile-tonica. Certo, deve pure in qualche modo ritornare, ma l'essenza di quel ritorno non è la nota finale, non è la sicurezza dell'arrivo, bensì la tensione che lo precede. Non avrebbe nessun significato senza di essa.  Nel ritorno, il richiamo inestinguibile della fuga. Quanto affetto nell'ascoltare tutto ciò negli ultimi secondi dell'Aria.
    L'avvertimento di una pulsione doppia, da rocker o popper scanzonato e invece il fascino della Bibbia (lettura che con un po' di vergogna devo ancora affrontare), di Omero, la mappa della Grecia che ho deciso di appendere sopra la scrivania, scoprire nel ricordo suscitato da una domanda esaminatrice la bellezza di quelle iscrizioni a lettere rubricatae, rosse, capitali, incorruttibili. La bellezza della memoria. La straordinaria e impareggiabile disperazione di quel dettaglio di Augusto, non so perché mi tormenta così. E' un tratto da antica storiografia, come opera d'arte, piena di ombre e di miti, di fantasie e di stranezze. Come ci sarebbe bisogno che si ritornasse a quella cultura non divisa, dove scienza e arte coincidevano, dove non si poteva scrivere di nulla senza farlo curialmente, artisticamente, solennemente. Oggi che me ne faccio di questi stili accademici aridi e lontani dalla vita? Letteratura come vita, diceva Carlo Bo, e  ripeteva a noi insipienti Marzio Pieri. Lì per lì nulla. Ma è grande. La lacerante verità di un verso dei Beatles: "Because the sky is blue it makes me cry". Ascoltatelo e piangete. Senza dire nulla.


    Ric 

    February 05

    Massa

    Evidentemente c'è un'incomprensione di fondo. Comunque nel breve stralcio di Nietzsche ci sono tutte le risposte alle vostre affermazioni. Innanzitutto, non ho mai detto che l'esperienza diretta del mondo è negativa e non andrebbe fatta; neppure ho mai fatto discorsi di autenticità della gioia o del dolore umani; nè ho mai parlato di società élitaria (mi sono definito élitario per le cose che riguardano l'arte, non per quelle che riguardano le persone); né ho mai detto, infine, che valorizzo solo la speculazione astratta. Caro Verte, tu dici: "non disprezzo la massa (si ric, la massa proprio la volgare massa), perchè ho imparato a capire che ogni individuo nasconde mille problematiche dietro al mantello da pecora". Sono d'accordissimo, ma è evidente che la massa non è solo un insieme di individui, altrimenti non sarei qui a darle addosso. La massa è tale solo quando ogni individuo si annulla facendo e pensando cose che non gli appartengono, e che giudica giuste solo perché qualcuno di più forte ha detto così. Non è solo una somma, mi spiego? La massa non è io+io+io+io+io... ma  un IO gigantesco e incontrollabile, è la fusione indistinta, non il legame. Come nel quadro di Daumier, che vi invito a guardare con attenzione. E così nel testo di Nietzsche, che vi invito a leggere come una traboccante e sterminata dichiarazione d'amore per ogni singolo componente della razza umana. E dunque come un testo fortemente "politico", se politica vuol dire umanità, cioè prendersi cura dei propri simili.
    Per farla breve: la massificazione e la massa sono, credo, fenomeni noti per esperienza a tutti nelle modalità che ho descritto. E se non lo sono, parliamone. Il mio problema è che io non posso pensare di rapportarmi da pari a pari con questa entità informe e inumana, non posso pensare di considerare le sue azioni e i suoi pensieri come elementi importanti per la mia umanità, la mia crescita, la mia esperienza. L'unica cosa è combatterla. Credetemi, io l'ho fatto e continuo a farlo. Come? Separando le identità. Gettandomi in mezzo a quest'accozzaglia di teste non-pensanti e cercando di farle pensare. In breve: trasformando la massa in un insieme di individui, responsabilizzandoli, stimolandoli, scuotendoli, dicendo: "Tu non sei tutto questo che ora fai e pensi!". L'ho fatto per 5 anni alle scuole superiori, cerco di farlo ancora adesso, sebbene con una fiducia sempre più decrescente. Cerco di comunicare sempre tutto ciò che mi sembra giusto, bello e vero; di farmi meno problemi possibili nei rapporti; di conoscere persone nuove; di essere sempre disponibile. Di non giudicare mai male una persona senz'appello: tutti sono importanti, tutti hanno la loro dignità, ci mancherebbe, ma presi quando sono in sè, quando sono uomini per davvero, non quando sono dei fantocci senz'anima. La mia non è presunzione, ma presa di coscienza di una situazione reale che fa male prima di tutto a chi la vive. E inoltre in molti casi mi sento massificato anch'io, nessuno è salvo, nessuno è fuori.
    Questo per quanto riguarda il nocciolo del discorso. Spero di essere stato chiaro. Sui miei rapporti con l'attività politica, odierna e in generale, spero di poter dare una panoramica altrettanto soddisfacente in un nuovo intervento, perché anche quello è un discorso lungo. Continuate comunque a commentare, credo sia bello e utile, poi magari ci spieghiamo a fondo in situazioni più comode e consone, come suggeriva il Verno qualche commento fa. Magari al Caffè de Les Folies-Bergière (che bello e disperato, anche quel quadro!). A presto

    Ric
    February 04

    Fuori

    Quel viaggiatore che aveva visto molti paesi e popoli e più d'un continente, e a cui fu chiesto quale qualità degli uomini avesse ritrovato dappertutto, disse: hanno una tendenza alla pigrizia. A più d'uno sembrerà che avrebbe potuto rispondere, in modo più giusto e più valido: sono tutti dei paurosi. Si nascondono dietro costumi e opinioni. In fondo ogni uomo sa benissimo che è al mondo solo una volta, come un unicum, e che nessun caso per quanto strano metterà insieme una seconda volta, agitandola e mescolandola, una così bizzarra e variopinta molteplicità nell'unità che egli è: lo sa, ma lo nasconde come una cattiva coscienza. Perché? Paura del vicino, che esige le convenzioni e si ricopre con esse. Ma che cos'è che costringe l'individuo ad aver paura del vicino, a pensare e ad agire alla maniera del gregge e a non essere contento di sè? Il pudore forse per taluni e rari. Per la grande maggioranza è la comodità, l'indolenza, insomma quella tendenza alla pigrizia di cui parlava il viaggiatore. [...] Soltanto gli artisti odiano questo lasciarsi andare a maniere prese a prestito e a opinioni appiccicate, svelando il segreto, la cattiva coscienza di tutti, la verità che ogni uomo è un miracolo irripetibile; essi osano mostrarci l'uomo quale egli stesso, egli soltanto è, fin nell'ultimo movimento dei muscoli, ancor più che egli, in questa rigorosa coerenza della sua unicità, è bello e degno di considerazione, nuovo e incredibile come ogni opera della natura e assolutamente non noioso. Se il grande pensatore disprezza gli uomini, è la loro pigrizia che disprezza, giacché p a causa di questa che essi appaiono come prodotti di fabbrica, come indifferenti, indegni di frequentazione e di ammaestramento. L'uomo che non vuole appartenere alla massa non deve far altro che cessare di mettersi comodo con se stesso; segua la sua coscienza che gli grida: "Sii te stesso! Tu non sei tutto questo che adesso fai, pensi e desideri".
    Ogni giovane anima ascolta questa esortazione giorno e notte tremando, giacché presagisce la misura di felicità destinatale dall'eternità, quando pensa alla sua vera liberazione: felicità che in nessun modo potrà raggiungere finché sarà stretta dalle catene delle opinioni e della paura. [...] Quanto dovrà essere grande l'avversione delle generazioni posteriori a occuparsi dei lasciti di quel periodo, in cui non dominavano gli uomini viventi, ma gli uomini posticci della pubblica opinione; per questa ragione forse la nostra epoca sarà per una qualche lontana posterità il segmento di storia più oscuro e più sconosciuto, perché il più inumano.


    (Friedrich Nietzsche, Schopenauer come educatore)

    Honoré Daumier - Nous voulons Barabbas

    Ecco il quadro di Daumier di cui parlavo, ed ecco la massa.

    Macché alienazione!

    [In risposta al commento del Verno e come chiarimento generale]

    Io sono invece dalla parte di quello che tu chiami individualismo collettivo, devo dire che è molto centrato come termine per descrivere ciò che penso. Io sono dalla parte di Cristo, di Socrate, di Nietzsche, di queste persone che credevano nel lavoro interiore del e sul singolo, nella liberazione della sua coscienza, nel riconoscersi uomo ed avere il coraggio di esserlo. Se non esiste questo tormento dell'io sull'io, questa volontà di non lasciarsi stare e cercare di capire qualcosa in fondo a noi che rimarrà sempre incomprensibile, la politica non ha senso (quel tà politikà in cui Socrate confessava di essere così goffo); se non c'è la consapevolezza del sè, di questa entità tremenda e infinita che siamo, al di là di tutto, prima di ogni altra cosa, allora nulla ha più senso. E la politica sarà sempre e solo demagogia, la massa sempre e solo un insieme indifferenziato di uomini che è pronto a puntare il dito verso Gesù incoronato di spine ripetendo il gesto di Pilato (come in quello straordinario dipinto di Daumier, era lui?).

    Quindi, senza educazione all'umanità, niente politica: questa è una verità che mi sento di affermare.
    Ma che cos'è mai l'educazione se non un rapporto costante con un altro, sia esso filtrato dal tempo attraverso libri o dischi oppure reale? Che cos'è se non uno scambio reciproco di pensiero ed energia vitale, che incide sulla propria coscienza e le proprie idee? Da qui bisogna partire, da una riscoperta della ricerca, della terribile bellezza che ci possiede. E questa riscoperta, il gnothi seauton (conosci te stesso) viene anche e soprattutto dal rapporto con gli altri, ma i veri rapporti che possono cambiarti e migliorarti sono quelli con le singole persone, con pochi, con altri individui che parlano e si confrontano fino in fondo.

    In definitiva, prima c'è la consapevolezza di se stessi come uomini, poi viene il relazionarsi con gli altri, UNO PER UNO. La base è una bella invenzione dei demagoghi moderni. Solo dall'impegno interiore fiorisce un vero impegno sociale. Non c'è bisogno di base, o meglio: tutto dovrebbe essere base, tutto come una pentola in ebollizione. Non so se sono stato chiaro.