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    September 03

    Dualismo

    Momenti di grande incertezza, come sempre del resto. Cominciamo dalle cose importanti e positive: sto leggendo più del solito. Contrariamente a quanto di solito si pensa di me, io non ho mai letto molto, cosa che confesso con vergogna essendo iscritto a lettere e avendo passioni in questo ambito... In ogni modo, in questo periodo imperversano le letture filosofiche, una strada apertami dal benemerito Julz, che in una delle nostre discussioni citò il Gorgia, suscitando una volta di più la mia vergogna per non aver mai letto nessun'opera del sommo Platone. Cominciai dunque, appassionandomi sempre più, e acquistai in una libreria di Parma La repubblica, due libri veramente interessantissimi e vastissimi, che in tempi funesti e confusionari come i nostri appaiono a guisa d'oasi nel deserto. Eppoi Friedrich Wilhelm Nietzsche e Arthur Schopenhauer, due territori per il momento intravisti da lontano ma che non vedo l'ora di raggiungere... Di tutti loro mi colpisce lo straniamento, la ferma convinzione che non bisogna avere le mani in pasta con quella che comunemente si chiama realtà, e in realtà è solo immagine. La strada è lunga e faticosa, ma è bello alzare la testa dopo un passaggio particolarmente denso e sublime, e sentire di poter respirare, di perdersi in un mondo dove per qualche istante si dimenticano le contingenze, la storia, la stanchezza del lavoro e della vita, i mille inganni artefatti e logoranti della cosiddetta società, o, peggio, civiltà.
     
    L'altra novità, diametralmente opposta, è che sono entrato nel mondo del lavoro, bassa manovalanza catalogatrice in un'agenzia di comunicazione. Non posso dire di esserne entusiasta, la vivo come una necessità da affrontare il più serenamente possibile. Certo, sono otto ore al giorno con le mani nella pasta di cui sopra; ma, se può voler dire qualcosa, con La repubblica nella tasca della giacca e con un sentimento di leggero disgusto verso le affannose preoccupazioni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede. All that's not life for men and women, direbbe Joyce. Ma tant'è. Torno a casa dopo dodici ore di degenza parmigiana, pensando che l'unica liberazione possibile è quella interiore, uindica te tibi, liberati per te stesso, fa della tua interiorità una roccaforte inespugnabile. E' chiaro, siamo compromessi, ma posso ancora sperare di salvare la vera essenza di me stesso, il mio pensiero, le mie idee. Sì, forse è ben poca cosa, otto ore contro due o tre, tonnellate di inchiostri quotidiani vaneggianti contro un libriccino sgualcito nella tasca di un insignificante e schiavizzato ventenne. Ma è l'unica cosa che mi rimane: credo pochissimo alle rivoluzioni esteriori, molto a chi cambia dentro. Più al silenzio che alle urla scomposte. La più vera ragione è di chi tace / il canto che singhiozza è un canto di pace. E qualcosa si muove mentre scrivo questi versi. E' una consolazione infinita di fronte ad una realtà sempre più insostenibile, sempre più piena di macchine, folle, agitazione, schizofrenia, sorrisi tirati, insensatezza. A volte mi sembra di soffocare. Respiro a tratti, per poi subito ritornare in apnea. Meno male che ci sono i libri, i dischi, le serate tranquille ad ascoltare un po' di musica dal vivo con pochi amici e a parlare con loro... Per il resto sono tutti muri, e credetemi sono tanti.
    E' tutto così tremendamente difficile...